I FIGLI DEGLI ALTRI

Sono uscito presto, come faccio quasi ogni mattina.

Indossavo i vestiti di mio figlio. I miei erano nella stanza dove dormiva e non volevo svegliarlo. Ho preso le sue cose e sono uscito così, con addosso qualcosa che non mi apparteneva e che pure sentivo vicino.

Una lunga camminata, prima sulla strada panoramica sopra Cavi, il paese dove ho trascorso alcuni degli anni più spensierati della mia esistenza, poi lungo il mare, sul marciapiede che costeggia la spiaggia, tornando verso Lavagna.

Lì mi aspettava una nuotata nel mare trasparente delle prime ore del mattino e, dopo, un caffè preparato dall’altro mio figlio mentre apriva il bar della spiaggia, a pochi metri dal porto.

Camminando sono arrivati molti pensieri.

Qualche volto amico. Altri ormai lontani, accompagnati da sorrisi sbiaditi e dalle stratificazioni che questa esistenza lascia dietro di noi.

Ho pensato a quante opportunità di attraversare davvero le esperienze abbiamo lasciato cadere. Per distrazione, per un livello di maturità che abbiamo creduto di possedere molto prima di raggiungerlo.

Ho pensato a dove siamo arrivati e a dove eravamo partiti. Almeno per il piccolo tratto di storia che conosco attraverso la mia vita, da quei giorni a Cavi tra gli anni Settanta e Ottanta fino a oggi.

Siamo diversi.

Più chiusi, arroccati nella difesa del nostro spazio individuale, spesso impegnati a trovare una posizione che ci faccia sentire dalla parte giusta della storia, qualche volta senza preoccuparci abbastanza di ciò che quella storia sta raccontando.

Ci siamo abituati ad avvicinarci ai fatti attraverso il racconto che ne riceviamo. Ad accettarli nella forma in cui ci vengono consegnati. Io per primo, più spesso di quanto mi piaccia ammettere.

Cambiano i mezzi, le voci, la velocità.

Molto meno cambia il meccanismo.

E quel meccanismo, nel tempo, cambia anche noi.

Abbiamo visto la cronaca scegliere cosa illuminare e cosa lasciare nell’ombra. Abbiamo visto la politica costruire parole abbastanza innocue da rendere accettabile ciò che innocuo non è. Chiamare operazione una guerra, danno collaterale la morte di civili, necessità ciò che fino a poco prima avremmo considerato inaccettabile.

Abbiamo visto chi era incaricato di raccontare il presente farsi interprete, poi giustificatore di chi aveva interesse a deformarlo.

Non tutti.

Mai tutti.

Ne bastano pochi, però, quando occupano i luoghi dai quali una società impara a distinguere ciò che è vero da ciò che deve soltanto sembrarlo.

Non serve mentire sempre.

Spesso basta scegliere quale parte della verità raccontare.

Forse l’incastro più difficile da guardare è un altro. Il potere non sopravvive soltanto grazie a chi lo esercita. Sopravvive anche grazie a chi ne subisce le conseguenze e continua a riconoscergli autorità, credibilità, qualche volta perfino gratitudine.

Poi arriva il punto in cui non bastano più il lavoro, il denaro, il consenso.

Servono i corpi.

Corpi giovani.

Ragazzi trasformati in numeri, uniformi, fotografie, statistiche. Spostati su una mappa da persone che quasi mai metteranno sul tavolo la propria vita o quella dei propri figli.

Una società capace di chiamare sacrificio la morte dei figli degli altri ha già compiuto uno spostamento difficile da comprendere. Ha assegnato valori diversi alle vite. Ha stabilito, senza dichiararlo, quali possano essere consumate perché altre restino protette.

E spesso quei ragazzi partono accompagnati dal consenso di chi avrebbe più ragioni per opporsi.

Padri e madri.

Gli stessi che li hanno cresciuti, curati, aspettati la sera.

Non perché non li amino.

È qui che qualcosa si incrina. Quel consenso non nasce in un giorno. Il lavoro è stato fatto prima. Nelle parole. Nei simboli. Nella paura. Nel bisogno di appartenere. Nella costruzione paziente di un nemico. Nella ripetizione di concetti che, a forza di essere ascoltati, smettono di sembrarci costruiti e diventano realtà.

Quelle parole arrivano anche a me. Le ascolto ogni giorno, come tutti. Mi piace pensare di saperle riconoscere, di riuscire a tenerle a distanza. Ma non so cosa resterebbe di quella distanza se un giorno, invece di passare da uno schermo, bussassero alla porta di casa chiedendo mio figlio.

Forse la capacità più inquietante che abbiamo sviluppato non è quella di distruggere. È quella di trovare parole capaci di rendere la distruzione necessaria. Fino a convincere qualcuno che consegnare un figlio possa servire a qualcosa di più grande, quando spesso serve soltanto a chi resta al riparo.

Dovremmo ricordarcene ogni volta che qualcuno ci racconta ciò che sta accadendo.

Non per smettere di credere a tutto.

Per smettere di consegnare a qualcuno il compito di credere e decidere al posto nostro.

Dopo la nuotata sono tornato verso il porto con la maglia di mio figlio ancora addosso, il sale che si asciugava sulla pelle.

L’altro era dietro il bancone, i gesti ancora lenti del mattino. Mi ha preparato il caffè. Ci siamo detti poche parole.

Ho pensato che in quel momento, da qualche parte, un altro padre stava indossando qualcosa che apparteneva a suo figlio.

Non per non svegliarlo.