SOSTARE TRA LE PAROLE

Mi è capitato di recente, scrivendo, di accorgermi di essere rimasto più a lungo del previsto dentro alcune parole incontrate altrove.

Parole che, a un primo ascolto, mi avevano consegnato un pensiero che sembrava avere una forma abbastanza definita. Tornandoci, qualcosa era cambiato. Non quelle parole, naturalmente, ma il modo in cui avevano cominciato a incontrare ciò che portavo con me.

Forse è anche da qui che nasce questa riflessione.

A volte leggere me lo impongo. Altre volte mi abbandono alla pigrizia. Altre ancora cedo alla scusa più comoda, la mancanza di tempo.

So bene che non riuscire a sostare tra le parole di un testo abbastanza a lungo, da permettere al pensiero di attraversare gli spazi che custodiamo dentro, significa perdere qualcosa che difficilmente si lascerà recuperare.

Leggere non è soltanto comprendere ciò che qualcuno ha scritto.

A volte quel movimento significa sostare in uno spazio che, attraverso la presenza e l’attenzione, diventa lentamente nostro.

Le parole tracciano i confini di quegli spazi. È il tempo che vi trascorriamo a renderli accessibili.

Restare dentro una frase, anche quando sembra di averla già capita. Lasciarle il tempo di incontrare ciò che siamo stati, ciò che siamo diventati, forse anche ciò che ancora non sappiamo di essere.

Un pensiero accolto troppo in fretta rimane quasi sempre sulla superficie. Possiamo riconoscerlo, ricordarlo, raccontarlo ad altri. Ma non è detto che ci abbia attraversati fino a diventare nostro.

Forse è proprio l’intervallo tra la parola e la nostra risposta a generare la parte più profonda della lettura.

Il pensiero entra in contatto con le nostre stratificazioni, trova resistenze, apre passaggi, incontra corrispondenze inattese. A volte appena. Altre volte modifica silenziosamente il modo in cui guardiamo ciò che avevamo davanti da sempre.

All’inizio quello spazio appartiene ancora a chi ha scritto. Poi qualcosa si muove. Comincia ad accogliere anche una parte di noi.

E le parole scritte hanno qualcosa che la voce non ha.

Restano.

Un pensiero affidato alla scrittura si sottrae, almeno in parte, all’effimero della voce. Le parole pronunciate accadono nel tempo e poi si allontanano. Lasciano tracce, certo, ma non sempre possiamo tornare nel punto esatto in cui sono state dette.

La parola scritta, invece, rimane lì.

Possiamo incontrarla una prima volta e passarle accanto. Possiamo tornarci dopo un giorno, dopo anni, dopo che qualcosa dentro di noi è cambiato.

Le stesse parole saranno ancora al loro posto.

Noi no.

Ed è forse questa una delle cose che la scrittura sa fare meglio: conservare un pensiero abbastanza a lungo da permettergli di incontrare più volte la stessa persona, ogni volta diversa.

Per questo sostare tra le parole non è un rallentamento della comprensione.

È parte della comprensione stessa.

Ci sono pensieri che hanno bisogno di percorrere lunghe distanze dentro di noi prima di trovare il loro posto. La scrittura concede loro il tempo di farlo. Li trattiene sulla pagina mentre noi ci allontaniamo, cambiamo, ritorniamo.

Forse leggere in profondità significa proprio questo: stare abbastanza a lungo nel pensiero di un altro da permettergli di aprire uno spazio dentro il nostro.

E le trasformazioni più importanti nascono forse proprio da questo incontro ripetuto.

Dal tempo che concediamo a una parola perché smetta di appartenere soltanto a chi l’ha scritta.

E dal tempo che quella parola, rimanendo, concede a noi per essere in grado di accoglierla.