LA BRACE SOTTO LA CENERE

Una mattina di fine agosto, un caffè, seduto a un tavolo accanto a tre persone, forse della stessa famiglia, in un posto qualsiasi.

Loro discutevano, io non ascoltavo di proposito.

Tre generazioni, forse, e parlavano di un fatto che in questi giorni molti mettono al centro delle conversazioni. Un fatto di cronaca. Triste, a dire il vero, di quelli che restano addosso.

Ne parlavano, come chiunque discuta di un fatto simile, senza avere tutti gli elementi che lo compongono. Conoscevano la versione arrivata fino a loro, ridotta, già orientata, e su quella costruivano frasi definitive.

La giustizia se ne sta occupando, dicevano. Non si è ancora potuta esprimere, sono passate poche ore.

Lo dicevano loro stessi, quasi di passaggio, come fosse un dettaglio che non serviva conoscere. E infatti non serviva. Perché prima ancora di sapere cosa fosse davvero accaduto, ognuno dei tre aveva già deciso chi fosse colpevole, di cosa, e soprattutto a quale genere di persone appartenesse chi si comporta in quel modo.

È lì che ho sentito il passaggio. Non nel giudizio sul fatto in sé, che forse era anche fondato, chi lo sa. Nel modo in cui quel fatto è diventato subito la conferma di qualcos’altro. Una prova a favore di un pensiero già formato, su un certo tipo di famiglie, un certo tipo di persone, un certo modo di vivere considerato sospetto in partenza.

Uno solo ha provato a dire aspettiamo di sapere come sono andate davvero le cose. Gli altri due lo hanno guardato come se avesse detto qualcosa di sconveniente. Come se aspettare fosse già una forma di complicità.

Non voglio escludermi da quel tavolo. So riconoscere lo stesso automatismo in me, la stessa fretta di completare un fatto con quello che già penso, prima ancora di sapere. La differenza, se c’è, è solo nel tempo che a volte riesco a interporre tra il pensiero e la parola.

Ho pensato che non era la prima volta che sentivo quel tono. Lo avevo sentito, con altre parole, per altri fatti, in altri momenti. Casi diversi, persone diverse, la stessa fretta di trasformare un dolore ancora senza nome in una prova a sostegno di quello che già pensavamo.

Mi è tornato in mente un altro bambino, morto circa un anno fa in Veneto, per una malattia diversa, in una famiglia che aveva intorno tutele e protezioni sanitarie che a questa, da quanto si sa fino ad ora, sembravano mancare. Due bambini morti. Due case rimaste con un vuoto che nessuna ricostruzione potrà colmare. Eppure il rumore intorno a quelle due morti non è stato lo stesso, e forse non è la gravità di un fatto a decidere quanto rumore produce. A volte conta chi sono le persone coinvolte, da dove vengono, quanto assomigliano a quello che consideriamo normale.

Due bambini, due famiglie, due tipi diversi di attenzione. Non è una colpa che si possa attribuire a qualcuno in particolare. È più simile a una corrente. Si forma da sola, nel punto in cui una storia incontra le aspettative di chi la racconta, e da lì in poi scorre senza che nessuno debba più deciderne la direzione.

Come se ogni fatto grave non facesse che riattivare qualcosa rimasto acceso sotto, in attesa dell’occasione buona per tornare a bruciare.

Mi sono chiesto, guardandoli, cosa cercassero davvero in quella conversazione. Non la verità sul fatto, quella non la stavano cercando. Cercavano un posto dove appoggiare qualcosa che portavano già prima di sedersi a quel tavolo.

Chi ha bisogno di sentirsi al sicuro dentro un pensiero condiviso non aspetta i fatti. Li usa, quando arrivano, per confermare un confine già tracciato. Tra chi siamo noi e chi sono loro. Tra le famiglie come si deve e le famiglie sospette.

Ho pensato che un vuoto lasciato aperto troppo a lungo, senza nessuno che provi a colmarlo con pazienza, con domande, con la fatica di aspettare, smette di essere solo un’assenza.

Diventa un luogo dove ci si può stabilire.

Non credo che quel tavolo fosse fatto di persone cattive. Credo che avessero, come tutti noi, un deposito di stanchezza e di sospetto accumulato negli anni, e che quel fatto specifico gli avesse offerto un punto dove scaricarlo. Non contava più il singolo caso, con la sua complessità, le sue zone ancora buie. Contava avere, di nuovo, la conferma che il mondo si dividesse esattamente come loro pensavano che si dividesse.

Il dettaglio, quello vero, quello che avrebbe richiesto pazienza per essere ricostruito, è rimasto fuori dalla conversazione. Non perché nessuno lo cercasse. Perché nessuno ne aveva più davvero bisogno.

Tornando a casa ho continuato a pensarci, e la fretta di quel tavolo ha cominciato a sembrarmi meno isolata di quanto avessi creduto seduto lì accanto.

La ritrovo quando si parla di una guerra lontana, e in pochi minuti si prende una posizione netta, la si difende con la stessa foga con cui si tifa una squadra, come se bastasse scegliere una maglia e restarci dentro senza più uscirne. Anche lì i fatti contano poco, quello che conta è appartenere a una parte, esserne riconosciuti.

In tutti questi casi manca la stessa cosa. Manca la pausa. Manca la domanda che si fa prima di parlare, non dopo. Manca il dubbio, che non è debolezza ma è l’unico modo che abbiamo per restare dentro un fatto senza deciderne subito il senso.

Continuare a chiedersi da che parte stia il proprio automatismo, senza escludersi dal giudizio che si porta sul mondo, resta forse l’unico modo per restare lucidi dentro qualcosa che lucido non lo è quasi mai.