
Mi chiedo continuamente cosa posso fare per cambiare le cose.
Quelle che, quasi senza accorgercene, hanno preso il sopravvento sul nostro modo di vivere.
Abbiamo cominciato a consumare il tempo invece di restare dentro di esso.
Lo riempiamo di immagini, reazioni, passaggi continui. Tutto deve raggiungerci subito. Produrre un’impressione prima ancora di concederci il tempo per comprendere.
Le immagini oggi hanno una forza di penetrazione che le parole faticano ad avere. Entrano prima del pensiero, quando ancora non abbiamo scelto se credergli.
E l’immediatezza può ingannarci proprio così: ciò che appare evidente smette facilmente di essere interrogato.
La superficie non è più soltanto il luogo sul quale scorriamo.
È diventato il modo attraverso il quale guardiamo.
Eppure l’uomo non è arrivato fin qui grazie all’immediatezza.
Ci è arrivato fermandosi davanti a ciò che non comprendeva. Osservando, sbagliando, trasmettendo conoscenza, costruendo un’esperienza sopra l’altra, una generazione sopra l’altra.
Il pericolo non è essere saliti così in alto. È aver dimenticato, salendo, la profondità delle fondamenta.
Chi dimentica da dove è partito trova, prima o poi, solo la caduta ad aspettarlo.
Non posso fermare ciò che accade.
Posso scegliere a cosa concedere il mio tempo, sottrarlo a ciò che pretende una reazione immediata e restituirlo a ciò che domanda attenzione.
Forse il contrario della superficialità non è la profondità, ma il tempo che restiamo disposti a impiegare per raggiungerla.