
Non sono soltanto due labbra che si incontrano. Sono la distanza che c’era un istante prima, quella che si è ridotta piano, senza sapere ancora se sarebbe scomparsa. Sono quel respiro sentito più vicino, gli occhi che hanno smesso di cercare altro, il tempo necessario perché due esitazioni diventassero lo stesso movimento.
Sono anche il momento in cui qualcuno avrebbe potuto allontanarsi, e non lo ha fatto.
Non ho bisogno di molto. Pochi centimetri, a volte pochi secondi. Eppure dentro di me possono stare desiderio e tenerezza, attrazione e cura. Sono ciò che si conosce da anni e ciò che si sta appena scoprendo.
Posso essere impaziente, lieve, incerto. Posso arrivare dopo una lunga attesa, o sorprendere due persone che non sapevano ancora di volermi.
Non prometto niente. Forse è per questo che posso dire così tanto.
Nel mio spazio non servono spiegazioni. Attraverso di me una bocca sente ciò che l’altra non saprebbe raccontare: la fretta, il timore, la delicatezza, il desiderio di restare ancora un poco.
Qualche volta sono appena un contatto, e basta quello. Non è la pressione delle labbra a rendermi ciò che sono, ma tutto quello che qualcuno permette all’altro di avvicinare. Il viso, il respiro, la fragilità di essere così vicini da non potersi più guardare.
Gli occhi si chiudono proprio quando la distanza finisce.
Per arrivare così vicino a qualcuno bisogna rinunciare, per un momento, a vederlo.
Poi svanisco. Spesso prima di quanto si vorrebbe, oppure un istante dopo essere comparso. Le labbra si separano, gli occhi tornano a cercarsi, gli spazi attorno riprendono le loro misure.
Io no.
A volte rimango sulle labbra. A volte nella memoria. A volte in quella parte di una persona che, molti anni dopo, sa ancora riconoscere labbra che non ci sono più.
Sono un piccolo gesto. Conosco la distanza fra due corpi, e so cosa accade quando, per un istante, quella distanza scompare.