PENSIERI SOVRAPPOSTI

Stamattina il pensiero è nato al bancone di un bar, dopo una lunga camminata lungo l’Adda.

Il fiume non ha la luce dei bricchi che guardano il Tigullio, dove cammino più spesso. Eppure custodisce qualcosa che somiglia agli spazi che immaginiamo oltre il terreno. Ci entro con le notizie lette davanti al primo caffè della mattina, con quello che ho visto passare nella testa delle persone. Alcune le incrocerò durante la giornata. Ne esco più leggero, a volte con qualche appunto.

L’uomo era lì quando sono entrato. Avanti con gli anni, le spalle chiuse sul bancone. Ha alzato lo sguardo e ha cominciato a parlare, senza preamboli. Lamentava il peso di essere sempre più solo. La malinconia che sale per gli affetti che se ne vanno uno dopo l’altro. Forse sentiva vicino il momento del passare oltre. Tra una frase e l’altra affiorava anche una fatica di altro genere, quella dei conti che non tornano.

Sono rimasto lì.

Gli ho raccontato quello che penso. Che la vita non sta nelle cose e il denaro è solo un mezzo, spesso verso ciò che è effimero. Che le perdite che contano sono le persone. E che forse proprio per questo il passaggio che prima o poi attende tutti noi si può guardare da un’altra prospettiva, come un ritorno verso chi ci ha preceduti, dentro una coscienza più ampia di questa.

Ridurre tutto alla materia, credere che il corpo sia l’intera misura di ciò che siamo, mi è sempre parsa una spiegazione troppo stretta. Siamo altro, dentro un corpo che ci accompagna per un tratto. Un tratto che, più passano gli anni, riconosco come una prova.

Non so cosa gli sia arrivato. Mi ha salutato con un sorriso. Mi è bastato per ripartire.

A casa, mentre mi preparavo per il lavoro, qualcosa ha cambiato posto. Sentivo uno smarrimento che non era soltanto suo. Come se nel parlargli avessi preso in consegna una parte del suo peso.

I sessant’anni li ho superati. Ho perso mia sorella, mio padre, altre persone care. Mia madre va verso i novanta. La domanda di quell’uomo è anche la mia, solo qualche passo più indietro.

Credo però che una convinzione vada custodita e nutrita. Con lo studio, con il pensiero, con la lettura e l’ascolto di chi ha visto più lontano di noi. Questa vita, con le sue urgenze, ci consuma piano anche la speranza del dopo.

Lasciarla andare vorrebbe dire consegnarsi ai ritmi che il nostro tempo impone. Ritmi che non lasciano spazio alle domande vere, né il tempo giusto per stare con le persone. Semplifichiamo tutto, e a forza di semplificare finiamo per rendere banale anche la nostra esistenza. Un’esistenza misurata sulle ore di lavoro, sui limiti del denaro, su tutto ciò che mette un confine a quello che conta. E quello che conta resta sempre in fondo alla fila.

Sul dopo, una certezza io ce l’ho.

Stamattina ho provato a regalarla a uno sconosciuto.

Forse quello sconosciuto ero io.

Forse tra il fiume e casa mia non c’è nessun bar.