Come spesso accade la domenica, prima della mia camminata, mi fermo sulle notizie e cerco qualcosa che sappia nutrire il desiderio di capire, di dare forma a ciò che ancora non ce l’ha. Oggi mi sono fermato a lungo su alcune riflessioni di Galimberti.
Qualcosa mi ha toccato. E quando un pensiero smuove gli accumuli che conservo tra ricordi, dubbi ed emozioni, inizio un viaggio introspettivo che ogni volta mi porta in un luogo nuovo, quello spazio invisibile dove ogni pensiero è ancora un universo in attesa di prendere forma.
Mi risale allora un momento che ha deviato la traiettoria. Un confronto deciso, uno dei tanti tra lavoro e vita sociale, in cui qualcuno riproponeva per l’ennesima volta una storia già vista, con le stesse parole e le stesse ferite.
Ci riflettevo a lungo, come avevo sempre fatto, con attenzione piena. Poi, in un altro confronto, tra tante parole dette per riempire uno spazio ormai colmo, è comparso un vuoto. Da quell’ascolto non ho portato a casa niente. Le parole arrivavano per intero, eppure si fermavano un passo prima di me.
Per molti anni non è stato così.
Chi sente molto non lo sceglie, almeno all’inizio. Legge negli occhi di chi ha di fronte, coglie l’energia di una stanza appena vi entra, si accorge di chi resta in disparte. Con il tempo impara anche ad ascoltare chi non sente ragioni, a cercare un’altra chiave di lettura invece di un giudizio.
È una conquista, e resta tale. Trova una ragione per il comportamento altrui, anche per ciò che ferisce. Resta. Spesso più a lungo di quanto sarebbe giusto.
Quello che non si vede è l’accumulo. Ogni confine lasciato cadere, ogni volta in cui la tranquillità di un altro è passata davanti alla propria, si deposita da qualche parte. Uno strato sopra l’altro, in silenzio.
Niente di clamoroso. Solo una stanchezza che non si sa spiegare e che si attribuisce a tutto, tranne che a questo.
Poi, piano, lo schema si mostra. Ciò che si dà viene dato per scontato. La comprensione diventa per qualcuno uno spazio comodo in cui muoversi senza rendere conto di nulla. Il perdono permette alle stesse cose di ripetersi. Capire a fondo le persone non protegge dall’esserne feriti a fondo. Lascia la porta aperta.
La prima reazione è quella che si conosce meglio: analizzare, trovare una spiegazione che tenga insieme tutto. Si studia il disagio, e intanto lo si tiene a distanza.
Il cambiamento vero arriva con una domanda diversa. Non più “come posso capirli”, ma “perché lo sto accettando”. Rivolta, per la prima volta, verso dentro. E certe cose, una volta viste, non si possono più non vedere.
Si smette di spiegarsi. Spiegarsi serviva ad accorciare le distanze, ma non tutti fraintendono per caso. Ad alcuni conviene non capire, e ogni spiegazione diventa un appiglio per non assumersi nulla. Il silenzio allora resta dov’è. E nel silenzio le persone dicono più di quanto vorrebbero.
Prima o poi arriva la domanda. A me è arrivata più di una volta: “Stai cambiando, guardi altrove, non sei più coinvolto.” Non è facile rispondere. Forse a mancare non è la persona, ma qualcuno che portava il peso per due.
Poi viene una fase più quieta. Le emozioni arrivano, ma non invadono più. Dove prima c’era urgenza, ora c’è una pausa. A volte mi ha lasciato addosso un vuoto strano, la sensazione di essermi indurito. Ci vuole tempo per capire che la capacità di sentire è rimasta. Se n’è andata la disponibilità a sentire tutto, sempre, senza limite.
Questa lucidità può diventare un’arma. Chi ha passato la vita a capire cosa muove le persone sa anche dove toccarle. Si può usare per proteggersi, per scegliere dove mettere tempo e affetto. Oppure per spostare gli altri come pedine. È una scelta, da rifare ogni giorno.
Viviamo in un tempo che premia chi è sempre disponibile e guarda con sospetto chi impara a dire di no. A volte chi si sente tradito non rimpiange una persona. Rimpiange ciò che poteva prendere da lei senza dover chiedere.
C’è anche una perdita. Se ne va una versione di noi più ingenua, convinta che bastasse mettere il bene davanti a tutto per essere al sicuro. Un’idea che, messa tra le persone, lascia esposti. Ma ha una sua bellezza, e sarebbe ingiusto lasciarla andare senza gratitudine. A volte mi manca, quella persona che si fidava di tutti. E a volte torna, prima che riesca a rallentarla.
Il rischio adesso è più sottile: decidere in anticipo che nessuno merita fiducia e chiamarlo esperienza. La saggezza guarda caso per caso. Il cinismo ha già deciso, e ci toglie la possibilità di essere sorpresi. Io non voglio smettere di essere sorpreso.
Una corazza a volte serve. Ma se non si toglie mai, non protegge: trattiene. Non cerchiamo di diventare impenetrabili, ma di essere liberi di scegliere quando aprirci. Perché abbiamo capito, non per paura.
In quell’ultimo confronto ho detto una cosa che non avevo mai detto: che il rispetto restava intatto, ma che quella situazione non potevo più portarla io. Dall’altra parte, prima un fastidio, un silenzio disorientato. Poi un sorriso, un po’ sorpreso, e il discorso è andato altrove.
Forse è questo, alla fine. Non smettere di sentire, ma trovarne la misura. Sapere come sono fatte le persone e scegliere comunque di mettere il bene davanti a tutto. Custodire ciò che si ha dentro non per chiuderlo, ma per poterlo dare ancora senza spezzarsi.
Chi sente molto lo impara tardi, quasi sempre. Ma lo impara.
