DARE FORMA A CIÒ CHE SENTIAMO

Nel mio solito angolo, sul bancone vicino ai fornelli, stamattina mi sono fermato su un breve intervento di Umberto Galimberti dedicato all’empatia. Il tema mi accompagna da molti anni, e questa volta ha incontrato qualcosa che portavo con me da qualche giorno.

Una telefonata. Un amico che attraversa un momento difficile. È una di quelle persone che non senti mai se non sei tu a chiamare. Eppure ci lega un’amicizia cresciuta in decenni, che mi ha visto passare da ragazzino a uomo, fino all’età che ho adesso.

Quando la sua voce arriva solo nel bisogno, qualcosa in me si irrigidisce. Un risentimento breve, più vicino all’istinto che al pensiero. Lo conosco e lo governo.

Poi la ragione rimette le cose al loro posto. La sua difficoltà non è di quelle che posso risolvere. Non ho i mezzi. Ma come sempre mi accade, la sento dentro. Continua a muoversi anche dopo che la telefonata è finita. Piano piano stiamo provando a mettere le cose sulla strada giusta. Insieme, e con l’aiuto di altre persone che sono riuscito a coinvolgere.

È da qui che torna una domanda che mi faccio spesso: se, nel trasformare in parole i miei pensieri, io riesca a trasferire anche una parte del peso delle emozioni. Una forma di cura, forse. O più semplicemente un antidoto alla fatica che le relazioni a volte lasciano addosso.

Ripenso ad altre epoche della mia esistenza, quando molte di queste emozioni non trovavano una strada per essere espresse. Rimanevano lì, come macchie oscure, accompagnando giornate che apparentemente non avevano niente a che fare con ciò che le aveva generate. Non erano più profonde di quelle che provo oggi. Mancavano gli strumenti per avvicinarle senza rimanerne completamente coinvolto.

Galimberti insiste su un aspetto che riconosco: i sentimenti si imparano. Abbiamo bisogno di parole per comprenderli. Perché sentire non significa comprendere ciò che sentiamo.

Possiamo percepire con grande intensità la sofferenza di qualcuno, intuire il disagio nascosto dietro un comportamento, e non riconoscere quello che tutto questo produce dentro di noi. L’emozione arriva prima della possibilità di interpretarla. Si deposita, richiama ricordi che credevamo lontani, si confonde con qualcosa che ci appartiene da molto prima dell’incontro che l’ha risvegliata.

È forse questo l’aspetto più faticoso della sensibilità empatica. Non percepire ciò che attraversa gli altri, ma riconoscere dove termina la loro esperienza e dove comincia la nostra.

Ci sono incontri che continuano a vivere dentro di noi anche quando sono terminati. Una voce al telefono che riprendiamo mentalmente, silenzi ai quali cerchiamo di dare un significato. E a ciò che abbiamo percepito finiamo per aggiungere il peso delle nostre interpretazioni.

Scrivere mi costringe a fermarmi su ciò che provo, a cercarne la provenienza, a distinguere i fatti dalle impressioni che hanno lasciato. A volte il pensiero incontra una contraddizione che avrei preferito non vedere, e mi restituisce un’immagine di me meno rassicurante di quella dalla quale ero partito. Anche questo appartiene alla comprensione.

Dare un nome a un dolore non lo cancella. Ci sono ferite che continuano a farsi sentire, assenze che nessuna parola può colmare. Ma tra il subire un’emozione e riuscire a osservarla può aprirsi uno spazio. Minimo, a volte. Abbastanza da non confondere tutto ciò che proviamo con tutto ciò che siamo.

E intanto scrivo.

La leggerezza che sento non nasce dal credere di trovare una risposta. Nasce dal movimento stesso del pensiero, mentre cerca una forma che prima non possedeva.

Non vorrei sentire meno. Non vorrei perdere quella disposizione a riconoscere negli altri qualcosa che va oltre ciò che mostrano. Con il tempo ho imparato a riconoscere anche ciò che accade dentro di me quando quella sensibilità incontra le vite altrui.

Non so se sia davvero una forma di cura. Né se antidoto sia la parola giusta. Forse è più semplice. Ciò che prima aleggiava senza una forma comincia a occupare uno spazio riconoscibile.

So che quando arriva il momento di lasciare il bancone, qualche volta mi accorgo che la giornata non è ancora cambiata.

È cambiato qualcosa nel modo in cui mi preparo ad attraversarla.