LÀ DOVE NON CAMBIA L’UOMO NON PUÒ NASCERE ALCUNA POLITICA CAPACE DI RINNOVARSI

Negli ultimi tempi emerge sempre più chiaramente quanto sia diffusa la tendenza a lasciarsi coinvolgere da concetti espressi in pochissime parole, riducendone la comprensibilità e banalizzando il dibattito. Piccoli estratti, frasi isolate da un discorso più ampio, perdono significato o addirittura possono distorcere il proposito di chi le ha pronunciate. Necessario prendere il tempo di leggere o ascoltare l’intero contenuto da cui sono state estrapolate. Commentare qualcosa che abbiamo letto o ascoltato senza prendere coscienza del contesto è un’abitudine diffusa, ma profondamente impoverente: non costruisce, non chiarisce e non aiuta davvero a comprendere.

Una sensazione che ho avvertito anche leggendo le diverse condivisioni sui social di una frase di Antonio Albanese. Una frase estratta da un’intervista rilasciata dall’attore e scrittore, mentre presentava il suo romanzo al Salone del Libro di Torino.

“Andate a votare. Per fermare le guerre bisogna votare chi non le vuole. Basta lamentarsi, bisogna raccogliere energie per affrontare ciò che non ci piace.”

Questo concetto è condivisibile, ma per comprenderlo davvero e costruirsi un’idea solida, utile anche al confronto, occorre ascoltarlo nel contesto in cui è stato espresso e all’interno della visione più ampia che lo sosteneva. Sarebbe un gesto semplice e naturale, ma oggi sembra quasi rivoluzionario: fermarsi, ascoltare e cercare di comprendere ciò che viene detto resta il modo più efficace per dare senso alle idee che ci vengono proposte o a cui scegliamo di prestare attenzione.

L’intervista in questione, tra l’altro, è piacevole e onesta; credo meriti anche la lettura del suo romanzo, io lo leggerò sicuramente.

Nel dialogo con Daniela Lanni, Albanese parlava della necessità che le persone partecipino alla vita politica, invece di vantarsi di non farlo più, come se il non voto fosse diventato un tratto di originalità. Alcuni concetti espressi non li abbraccio del tutto, altri li condivido, ma ciò che conta è soprattutto il tono: rispettoso e apparentemente sincero.

Tra i passaggi che più risuonano con il mio pensiero c’è quello in cui Daniela Lanni richiama la grande importanza della parola, e la necessità di usarla per costruire. È un tema che mi ha fatto tornare alla mente un pensiero di Umberto Galimberti, ascoltato tempo fa in uno dei suoi monologhi: il decadimento del nostro tempo coincide con una crescente povertà linguistica. Meno parole conosciamo, meno pensieri siamo in grado di formulare. L’intelligenza e la lucidità dipendono anche dalla profondità del linguaggio: più parole possediamo, più diventiamo capaci di pensare, scegliere, discernere.

Da questa consapevolezza potrebbe nascere un invito comune e sincero a un esame di coscienza. Perché, se non abbiamo l’umiltà di riconoscere che siamo parte del decadimento che denunciamo, rischiamo inevitabilmente di perpetuarlo.

Ricostruire il futuro non è un lavoro delegabile: comincia da ciascuno di noi, dalla scelta di lavorare sui propri limiti, di dedicare tempo al pensiero, alla parola, alla scrittura. Non è tempo perso formulare un pensiero lungo o mettere ordine in ciò che portiamo dentro: è un gesto che forma, che chiarisce, che permette di condividere in modo più concreto e costruttivo.

Su questo si innesta un’altra considerazione. Credere di cambiare la politica sostituendo semplicemente soggetti o schieramenti è un’illusione che rischia di produrre soltanto nuove maschere. Non abbiamo bisogno di maschere nuove: abbiamo bisogno che cambino i volti, i cuori e le menti. Il percorso è più complesso e più lungo. E proprio per questo, chi possiede gli strumenti della parola e dell’intelligenza ha la responsabilità di andare oltre i richiami generici, altrimenti rischia di amplificare echi vuoti proprio quando avremmo bisogno di contenuti e profondità.

È in questo contesto che la metafora proposta da Albanese, paragonare lo Stato a un condominio, rivela una sua verità. Un tempo nei condomìni si viveva una dimensione quasi familiare: i bambini entravano nelle case dei vicini, le porte non erano barricate, e sui pianerottoli esisteva un senso spontaneo di vicinanza e fiducia. Oggi, nella maggior parte dei casi, i pianerottoli sono silenziosi, le porte blindate, le relazioni rarefatte. Non è una regola assoluta, certo, ma descrive un cambiamento reale: l’indurimento dei rapporti riflette quello più ampio della nostra società. E forse ci dice che, prima ancora delle strutture, siamo noi ad esserci allontanati gli uni dagli altri.

Le parole di Albanese non mi hanno convinto fino in fondo, ma hanno avuto il merito di riattivare una ragionamento più ampio sul significato che oggi ha la partecipazione. Non credo sia utile, per stimolare la partecipazione, “limitarsi” a rimproverare chi ha perso fiducia nella politica. Purtroppo la radice del problema è profonda e non riguarda solo il nostro Paese. Occorre saper riconoscere che la partecipazione avviene all’interno di un sistema in cui controllo, corruzione e cooptazione non sono anomalie, ma indesiderati ingranaggi strutturali. Se non ci si approccia al prossimo con questa consapevolezza anche il gesto più limpido rischia di svuotarsi: diventa un atto privo dell’energia necessaria che finisce per non incidere, un passo che sembra movimento ma che di fatto non sposta davvero.

La storia recente lo conferma. Movimenti nati come rottura (dal Movimento 5 Stelle alla Lega delle origini, fino ad altre realtà precedenti) sono stati lentamente assorbiti dalle stesse logiche che avrebbero “voluto” superare. Il potere ha un modo sottile di consumare ciò che non è radicato: accade che realtà nate per cambiare il sistema finiscano per mettere al centro la propria sopravvivenza, lasciando in ombra gli ideali iniziali.

La politica, in fondo, è solo il riflesso di un cambiamento più vasto. Un tempo, pur tra imperfezioni e contraddizioni, esisteva almeno l’idea condivisa di un bene da custodire. Oggi quell’orizzonte sembra essersi dissolto. Decisioni che incidono sulle vite di tutti vengono orientate da forze senza volto: algoritmi, capitali, mercati che non rispondono a nessuno. Sono poteri impersonali, ma più incisivi di qualunque rappresentante eletto.

In questo contesto prosperano realtà che vivono non nonostante la sofferenza, ma grazie ad essa: la guerra che diventa opportunità, la malattia che diventa business, la precarietà che diventa strumento. Una logica che non protegge il bene comune e anzi lo sacrifica quando intralcia il profitto.

Così la politica si è ridotta a mera interfaccia: esegue, traduce, amministra scelte prese altrove. E la partecipazione, cuore di ogni democrazia, diventa un gesto privo della forza necessaria. Esiste, ma non incide. Parla, ma non orienta. Resta una parola che si solleva in uno spazio dove il rimbombo copre la voce che la pronuncia.

Forse, allora, la domanda non è più “come partecipare?”, ma “come restituire un senso vero alla partecipazione?”. Perché senza un cambiamento nella qualità dell’uomo, nella sua coscienza e nella sua misura interiore, è difficile immaginare che possano migliorare gli spazi in cui promuve la propria azione. La politica non può essere più sana delle persone che in essa agiscono: funziona solo quanto funziona la qualità di chi la compone. Se la radice è fragile, anche la struttura più promettente finisce per cedere.

Se esiste un luogo, non scenografico ma umano, in cui la politica possa tornare a essere gesto della coscienza e non applicazione di volontà invisibili, quel luogo può nascere solo da qui: da un uomo rinnovato.

Credo, sinceramente, che il primo passo da fare non sia politico. Penso si debba muovere qualcosa dentro di noi. Un ravvedimento lento, onesto, profondo. Non un gesto improvviso, ma un lavoro paziente: ritrovare i valori, sacrificarsi per rispettarli, scegliere la coerenza anche quando costa. Un sacrificio senza la gioia del bene non genera nulla: pesa, ma non illumina.

Serve uscire dalle dinamiche dell’egoismo e dell’apparenza che ci hanno plasmati. Tornare alla condivisione vera, al dono silenzioso, alla responsabilità reciproca. Mettere i figli davanti a tutto, non per colmare vuoti con i vizi, ma offrendo un esempio che forma e dà spessore. Riscoprire la gioia semplice di adoperarsi per gli altri: costruire legami, camminare senza invidia, promuovere unione e solidarietà senza la smania di emergere. Nel lavoro, nella famiglia, tra gli amici, in ogni luogo in cui le nostre vite si sfiorano e possono, se lo vogliamo, diventare migliori.

Forse la politica soffre dello stesso male dei nostri condomìni: puoi cambiare l’amministratore, ma se gli inquilini non cambiano dentro, se non si mette in moto un lavoro interiore capace di trasformare le persone, ogni novità resta fragile. E il prossimo amministratore eletto finirà per tradire, con altri toni e altre promesse, gli stessi limiti di chi l’ha preceduto.

Qui l’intervista completa a Antonio Albanese: https://youtu.be/2YR-sKa2MZk?si=ik26LE31qIJ3QiwI