
Mi ritrovo a scrivere così l’ultimo pensiero di questo intenso 2025. Un pensiero che nasce non come una riflessione isolata, ma come prosecuzione di un lungo percorso che mi ha condotto in una nuova dimensione: uno spazio interiore che mi sta permettendo di vivere e osservare le cose da prospettive inedite, con una più profonda capacità di accogliere ciò che si manifesta nell’esperienza e di interrogare il mio stesso agire in relazione ad essa.
Una lunga fase in cui la scrittura, concentrata su un profondo lavoro interiore, mi ha aiutato a rivolgere maggiore attenzione al corpo e al mutamento, e a imparare a lasciare andare ciò che non può essere trattenuto. Non come esercizio teorico, ma come disposizione a vivere l’esperienza con maggiore consapevolezza, senza cercare spiegazioni rapide o rassicuranti. Un movimento rivolto, prima di tutto, al sé
Un passaggio della mia vita che ha preso corpo in modo deciso nell’anno appena concluso e che sento il bisogno di affidare a un diario, o forse a una forma di scrittura più estesa, non come progetto da offrire all’esterno, ma come gesto di custodia di questa metamorfosi e della nuova dimensione del vivere che mi ha consegnato, affinché resti una traccia sottratta alla dispersione della rete, capace, nel tempo, di ricondurmi alla memoria di un momento per me decisivo.
Voglio anche aggiungere che, con il procedere del tempo, mi sono reso conto che questo lavoro non poteva restare confinato strettamente alla dimensione personale. Questo perché, quando si smette di delegare all’esterno il compito di dare senso all’esperienza, lo sguardo inevitabilmente cambia. Si presta meno alla reazione emotiva e diventa, certamente, più attento.
Proprio per questo favorisce il porsi domande anche riguardo a ciò che accade intorno: sul tempo che viviamo, sulle forme del pensiero che lo attraversano, sul modo in cui oggi costruiamo significato. Ecco, le riflessioni che seguono nascono da questo passaggio.
Non come un giudizio su ciò che viviamo nel presente, né come un’analisi fatta tanto per scrivere qualcosa in modo distaccato, ma come tentativo di osservare il nostro tempo con lo stesso grado di responsabilità richiesto dal lavoro fatto su di sé. Dal dentro al fuori. Dalla consapevolezza personale alla domanda sul mondo che abitiamo.
Ci sono momenti in cui, osservando ciò che accade intorno, diventa difficile non avvertire una sensazione di scollamento. Come se qualcosa, più che rompersi all’improvviso, si stesse lentamente deformando dall’interno. Non qualcosa che testimoni un crollo evidente, ma piuttosto una trasformazione silenziosa del modo in cui pensiamo, comunichiamo, scegliamo.
Il nostro tempo sembra attraversato proprio da questo tipo di movimento: poco appariscente, ma profondo. Alcune epoche sembrano avanzare spinte da una fiducia condivisa nella conoscenza, nella possibilità di comprendere il mondo e di abitare la realtà con maggiore consapevolezza.
Proprio mentre visitavo alcuni testi alla ricerca di qualcosa che mi portasse un po’ di luce, che rendesse più semplice attraversare il periodo corrente, sono entrato nella stagione che avrebbe segnato in modo duraturo la storia del pensiero in Europa tra XVII e XVIII secolo: l’Illuminismo.
La logica centrale era semplice e, al tempo stesso, radicale: la ragione umana poteva fare luce sull’ignoranza, liberando l’individuo da superstizioni, autorità indiscusse e verità imposte. Pensare diventava un atto di responsabilità. Qualcosa che non proponeva un’arroganza intellettuale, ma un gesto di maturità: smettere di delegare il proprio giudizio.
Uscire da una condizione di minorità non significava possedere più risposte, ma avere la responsabilità e la capacità di assumersi il rischio del pensiero autonomo. Un impulso che contribuì a scardinare visioni del mondo fondate esclusivamente sul dogma, a rendere la conoscenza un bene condiviso, a porre le basi di diritti e libertà che ancora oggi consideriamo irrinunciabili.
Nel corso del tempo emersero anche i limiti di quella fiducia assoluta. Si rese necessario prendere coscienza del fatto che la ragione non rende automaticamente giusti, che il progresso non coincide sempre con l’emancipazione, che la tecnica può servire tanto la liberazione quanto il controllo. La storia lo ha mostrato con chiarezza.
Questo non ha certo sminuito il periodo attraversato dall’Illuminismo, ma ha evidenziato come nessun principio, se assunto come assoluto, sia immune da possibili derive.
Oggi viviamo in un contesto profondamente diverso, ma attraversato da un paradosso inquietante. Mai come ora abbiamo avuto a disposizione strumenti conoscitivi così potenti, una diffusione delle informazioni così vasta, una possibilità di espressione così ampia. Eppure questa abbondanza non sembra riuscire a tradursi in una maggiore capacità di comprendere.
Al contrario, spesso finisce per generare saturazione, reazioni immediate e improbabili, banali semplificazioni. Non siamo privi di dati: ne siamo sommersi. E in questo sovraccarico il pensiero critico fatica a trovare spazio.
La ragione non viene apertamente rifiutata, ma aggirata. Il dubbio diventa sospetto, la riflessione lenta viene confusa con l’indecisione, la complessità con l’inutilità. L’opinione finisce per precedere l’analisi, l’emozione per sostituire l’argomentazione.
La libertà, proclamata come valore assoluto, sempre più spesso coincide con una libertà formale, priva di una reale autonomia. Ci illudiamo di essere liberi di scegliere, mentre accettiamo, probabilmente senza accorgercene, percorsi già tracciati: cosa indignarci, cosa ignorare, cosa ritenere degno di attenzione.
In questo senso, il nostro tempo sembra vivere una sorta di inversione rispetto a quello che ha caratterizzato l’Illuminismo: quella fase esortava a portare luce attraverso la ragione; oggi finiamo per confondere la luce con il bagliore.
L’informazione corre veloce, ma la comprensione resta indietro. Il rumore prende sempre più spesso il posto della parola. Non c’è silenzio proporzionato al bisogno di interrogarsi su ciò che accade, né tempo per assumersi il peso che contraddistingue il pensiero responsabile.
Le conseguenze di tutto ciò non restano innocuamente confinate nella sfera teorica. Si riflettono nei rapporti umani, nei percorsi educativi, nel modo in cui attribuiamo valore alle persone e alle esperienze. Alla profondità viene preferita l’efficacia, alla crescita la prestazione, alla sostanza la visibilità.
Anche i più giovani, immersi in questo flusso continuo, finiscono per adattarsi: probabilmente non producono una reazione sufficiente e si limitano a sopravvivere. Ma sopravvivere non coincide necessariamente con vivere in modo pieno e consapevole.
A queste considerazioni si aggiunge una predisposizione sempre più marcata alla delega del pensiero. Sistemi, algoritmi, narrazioni dominanti suggeriscono cosa temere, cosa desiderare, cosa ritenere accettabile. Ci sentiamo informati, raramente consapevoli.
La dipendenza non viene imposta, ma resa comoda. Ed è proprio per questo che diventa più difficile riconoscerla. Il pericolo più grande è forse l’illusione che la responsabilità appartenga sempre a qualcos’altro: ai sistemi, alle tecnologie, alle generazioni, alle élite o alle masse.
Eppure ciò che si manifesta all’esterno nasce sempre da uno spazio interiore. Ogni volta che rinunciamo a pensare, che aderiamo senza riflettere o accettiamo semplificazioni senza opporvi resistenza, contribuiamo a creare la realtà che in seguito lamentiamo di subire.
La mia riflessione non vuole indurre a rimpiangere un passato idealizzato, né opporre epoche come se una fosse pura e l’altra corrotta. Ogni tempo porta con sé le proprie ombre e le proprie possibilità.
La questione, a mio avviso, non è tanto storica quanto interiore. Riguarda il modo in cui scegliamo di stare nel mondo: come individualità incessantemente reattive o come attenzione consapevole; come consumo di verità già pronte o come pazienza del dubbio.
Pensare richiede tempo, disciplina, una certa dose di solitudine. Richiede anche il coraggio di non aderire immediatamente, di restare scomodi, di non ridurre l’umano a formule semplici.
In un’epoca che scambia il rumore per vitalità e la velocità per efficacia, questa scelta può apparire marginale, persino inutile. Eppure è da qui che passa ogni possibilità di orientamento.
Certamente, mentre ci accingiamo a varcare la soglia che ci condurrà nelle incognite del nuovo anno, non abbiamo ben chiaro dove stiamo andando come società. Possiamo però interrogarci su come stiamo, qui e ora: con quanta attenzione, con quanto senso di responsabilità, con quanta disponibilità a non delegare ci prepariamo a riprendere il cammino.
Non per offrire risposte definitive, peraltro non richieste, ma per provare a evitare che il mondo continui a cambiare il nostro modo di pensare senza opporre un minimo di resistenza, magari senza che ce ne accorgiamo.
Perché è bene ricordare che ciò che prende forma fuori trova sempre, prima o poi, uno spazio dentro. E forse è proprio in questo gesto possibile e necessario che si nasconde ancora una forma di luce.