SUL TEMPO E L’ESISTENZA

In questa fase della mia esistenza mi capita spesso di fare i conti con l’età. Non tanto con il numero degli anni, quanto con ciò che comporta interiormente. Ci sono passaggi che faccio fatica a metabolizzare. Restano in sospeso, chiedono tempo, chiedono un tempo di comprensione.

Mi fermo allora a riflettere, a scrivere, su questo tratto che lentamente sta spostando la mia entità verso quegli spazi che dovrò attraversare per esaurire la parte terrena dell’esistenza prima di passare oltre.

È una soglia nella quale sono già entrato. E mi auguro sia ampia. Lo spero senza pretese, mosso dall’amore profondo che nutro per tutto ciò che è terreno. Un amore spontaneo, attraversato da picchi e cadute, ma sempre grato per il privilegio di essere ospite di quella parte del pianeta dove, malgrado ingiustizie evidenti, prepotenze e prevaricazioni, esiste ancora il margine per indignarsi e, quando possibile, perfino per illudersi di potersi ribellare. Non è cosa da poco. Anche se fosse solo un’illusione, meglio esserne consapevoli.

Recentemente ho avuto uno scambio con una di quelle persone che portano con sé profondità, intelligenza, sensibilità e quella leggerezza che appartiene solo a chi sa essere senza sentire il bisogno di imporsi o occupare il centro di ciò che abita.

Si parlava di quante cose non riusciamo a vivere per una capacità percettiva limitata. Della difficoltà a riconoscere quanto le nostre azioni producano effetti sugli altri, su ciò che ci circonda. Della scarsità di coscienza critica e di responsabilità individuale.

Non è una colpa. Certe cose non si colgono nella loro pienezza, anche quando sono davanti a noi. Eppure può accadere che qualcosa si muova dentro, che si raggiunga un livello diverso di presenza a se stessi. Quando accade, qualcosa si intercetta. E si può farne qualcosa.

Da quella conversazione mi sono portato via qualcosa che non riuscivo subito a nominare. Non un’idea. Piuttosto una pressione leggera, come quando qualcosa che sai già torna a chiedere di essere guardato.

Esiste uno scarto invisibile che merita attenzione.

Penso a quanto una persona possa occupare una parte del nostro cuore, alimentare le nostre preoccupazioni più profonde, senza esserne consapevole. Qualcuno può ricevere la nostra vicinanza senza saperlo. E allo stesso modo la nostra esistenza può abitare il cuore di persone che ignoriamo, pur essendo così prossime alle nostre sorti.

Non è suggestione. È un dato reale.

Uno scarto tra ciò che si dà e ciò che arriva, tra ciò che si riceve e ciò che si riconosce.

Mi capita di pensare a quante persone ho amato riuscendo a tenerle vicine senza che quella vicinanza diventasse peso. Una sorta di bolla capace di proteggere e preservare, ma anche di regolare la distanza. Non per freddezza. Quando si vuole bene davvero, la prima forma di amore è il rispetto dello spazio dell’altro, delle sue contraddizioni. Ho cercato di far arrivare la mia presenza. In qualche modo credo di esserci riuscito. A qualcuno, forse, ho dato qualcosa.

Il rammarico che emerge ora è un altro, e ci ho messo tempo a riconoscerlo per quello che è.

Così impegnato a trovare equilibrio nella mia instabilità emotiva, ho probabilmente trascurato la possibilità di imparare ad accogliere. La vicinanza che mi è stata offerta, l’amore che non mi è mancato, non sempre li ho riconosciuti pienamente. Non sempre avevo la lucidità necessaria per riceverli.

Ma a essere onesto fino in fondo, la verità è più semplice e meno indulgente: non volevo sentire.

Non volevo sentire fino in fondo cosa significasse aver bisogno.

Non volevo sentire cosa comportasse lasciare che un affetto mi attraversasse senza poterlo regolare, misurare, contenere.

Ricevere espone. E per molto tempo ho preferito restare nella posizione di chi dà, perché lì mi sentivo più saldo.

Nei momenti più difficili ci si sente soli. Anche quando non lo si è. Anche quando l’equilibrio, in apparenza, regge. E quanto sarebbe stato prezioso, in quei frangenti, saper ricevere ciò che poi ho imparato a dare.

Fa pensare a quanto sia ampio il tratto che attraversiamo nell’esistenza e a quanta parte di esso rimanga inaccessibile. Non per mancanza di volontà, ma perché si è sopraffatti, non abbastanza presenti a ciò che accade. Travolti da un’esperienza complessa, che non avvisa prima delle prove che chiede.

Poi, quando ci si avvicina a una certa soglia, qualcosa cambia postura. Si vede con maggiore nitidezza ciò che è rimasto per strada. E insieme si avverte il peso di quel ritardo.

Non serve però fermarsi lì.

C’è una forma di gratitudine che nasce proprio dal fare i conti. Dal riconoscere di aver comunque dato qualcosa, di aver custodito, anche dentro quella bolla, un affetto che ha resistito al tempo proprio perché protetto da una certa distanza.

Ora, con maggiore consapevolezza, qualcosa di diverso diventa possibile: fermarsi, sentire sulla pelle ciò che arriva, senza imbarazzo, senza la difesa che si attiva per abitudine. Semplicemente ricevere. Lasciare entrare. Essere grati, senza fare troppo rumore attorno a quella gratitudine.

Se il tempo concesso in questa fase sarà ampio, allora sarà un’altra lunga esperienza.

Lo spero. Con la discrezione di chi sa di non poter contrattare nulla, ma porta ancora dentro un amore ostinato per le cose di questa esistenza. Per ciò che c’è. Per ciò che ancora potrebbe esserci.