LA FORMA INGANNEVOLE DELL’ODIO

C’è una parola che per molto tempo ho fatto fatica a usare riferita a me stesso.

Odio.

Non perché non la conoscessi. Perché si presentava sotto forme che non la facevano sembrare tale. Si travestiva da giudizio, da distanza, da ragione. Qualcuno arriva a scambiarlo per lucidità. Per anni ha ingannato anche me.

Credevo di vedere con una chiarezza che gli altri non riuscivano a individuare. Le motivazioni mi apparivano limpide, le colpe dell’altro evidenti, ogni dettaglio diventava una conferma. La ragione continuava a funzionare, precisa, a tratti persino brillante.

Ma aveva smesso di cercare la verità. Lavorava esclusivamente per difendere ciò che avevo già deciso di sentire.

C’è un momento preciso in cui qualcosa dentro di noi si restringe. Non accade quando il conflitto esplode o quando la distanza diventa dichiarata. Accade molto prima, in un punto quasi invisibile. Una frase ascoltata di sfuggita, un gesto interpretato nel modo sbagliato, una persona incontrata nel momento meno adatto.

Non è ancora una forma di pensiero. Somiglia piuttosto a una piccola contrazione.

Da quel momento, lentamente, cambia il modo in cui guardiamo. Quella prima sensazione diventa una lente. Se qualcuno sorride troppo, ci appare falso. Se prova a spiegarsi, pensiamo che stia solo cercando di giustificarsi. Non osserviamo più per comprendere. Osserviamo per confermare.

Dentro questo processo c’è anche una improbabile forma di sollievo. Un mondo semplificato è più facile da attraversare. Le persone diventano categorie, e dividere per categorie è uno schema molto più semplice di quello che richiederebbe incontrarle davvero.

Il riconoscimento non è arrivato tutto insieme. È stato un percorso discontinuo, fatto di momenti in cui qualcosa non tornava, in cui la versione che raccontavo a me stesso mostrava crepe. Non una rivelazione. Piuttosto una serie di piccole incrinature, ognuna delle quali chiedeva di essere osservata invece di essere rattoppata in fretta.

C’è un disagio particolare nel comprendere come la propria intelligenza sia stata usata contro di sé, e contro altri. Non è esattamente vergogna. È qualcosa di più freddo, più preciso.

A volte non respingiamo gli altri per ciò che fanno, ma per ciò che rendono visibile di noi. Alcune persone ci mettono davanti a una versione di noi stessi che preferiremmo non riconoscere. Non necessariamente attraverso un’accusa. A volte semplicemente esistendo in un certo modo.

Da quel riconoscimento può cominciare un lavoro diverso. Non qualcosa che si ponga semplicemente all’estremo opposto. Piuttosto un lento disimparare, in cui ci si allena a non fidarsi ciecamente della propria versione dei fatti.

Spesso comincia nello stesso punto: nel momento in cui smettiamo di difendere con tanta energia la nostra prima impressione.

Quello che viene dopo, se viene, è più difficile da nominare.