
Ciao Babbo.
Potevi fermarti ancora qualche giorno, ma tu sei fatto cosi.
Sai, penso che la morte di un padre non chiuda soltanto una vita. Muove anche ciò che in quella vita è rimasto in sospeso, ciò che ha ferito, ciò che ha formato, ciò che non ha mai trovato una composizione definitiva.
Ci sono esistenze che non scorrono. Impetuose attraversano gli spazi di questa meravigliosa esperienza, e la tua esperienza ne fa racconto.
Spazi attraversati sollevando terra, spostando equilibri, costringendo chi sta intorno a fare i conti con la forza espressa da quei passaggi, con i tanti strappi, con quella innata incapacità di passare inosservato..
Alcuni uomini sembrano vivere una sola vita. Altri ne contengono molte, consumandole tutte nello spazio di un solo tempo.
La tua esistenza è stata una vita piena. Non lineare, non pacificata, non lieve. Ma piena nel senso più assoluto del termine: attraversata fino in fondo, abitata con impeto, spesa senza risparmio. Una vita capace di lasciare segni profondi, talvolta difficili da sostenere, ma impossibili da ignorare.
Dentro questo commiato non c’è soltanto il dolore della perdita. C’è anche la consapevolezza che il tuo cammino sia giunto nel modo più giusto possibile, dopo avere conosciuto molto, dopo avere combattuto molto, dopo avere portato dentro il peso di fratture, distanze, cadute, ripartenze, legami spezzati e legami ricomposti in forme nuove. Nulla di semplice. Nulla di ordinato. Eppure profondamente umano.
Per questo il sentimento che resta non può essere ridotto a una formula. Accanto alla fatica, accanto a ciò che ha irrigidito il cuore e appesantito l’anima, ho sempre custodito un bene reale. Un rispetto autentico. Non ingenuo, non cieco, ma saldo. Quel tipo di rispetto che non nasce dall’assenza delle ferite, ma dal riconoscimento della sostanza di una persona, della sua grandezza inquieta, del suo esserci stato nel mondo con una forza che, nel bene e nel dolore, ha avuto un peso vero.
E dentro questo peso trovano posto anche ferite più silenziose, di quelle che non hanno bisogno di essere nominate per continuare a vivere. Ferite nate quando ciò che avrebbe dovuto restare custodito è stato esposto all’urto di un impeto più forte di ogni misura. Ferite profonde, consegnate al tempo senza che il tempo abbia davvero potuto cancellarle. Resteranno, in qualche forma, fino alla fine dei miei giorni. Ma non per questo saranno condannate a generare rancore senza fine. Alcuni dolori non si risolvono. Si portano. E, portandoli, si sceglie di non lasciarli diventare eredità ulteriore.
Con il tempo ho riconosciuto anche somiglianze che non si possono negare. Tratti che appartengono al sangue prima ancora che alla volontà. E forse anche per questo, in silenzio, si combatte. Per custodire ciò che merita di continuare e impedire che altro si ripeta. È una lotta interiore che non cancella l’origine, ma prova a darle una forma diversa.
Alla fine, forse, la vita chiede proprio questo:
non di essere interpretata in modo perfetto, non di essere raccontata secondo un ordine impeccabile, ma di essere vissuta lasciando qualcosa che resti.
Perché ciò che rimane, quando il rumore si spegne, non è la versione che abbiamo dato di noi stessi. È ciò che abbiamo seminato. Nei gesti. Nelle ferite. Nella forza. Nelle mancanze. Nell’amore dato male, nell’amore dato bene, nella traccia lasciata nelle vite degli altri.
Ora cala la polvere che il tuo movimento impetuoso è stato capace di alzare intorno a sé. Una polvere densa, quasi epica, come quella di chi ha avanzato nella propria esistenza contro molto e contro molti, senza indietreggiare davvero. E mentre questa polvere si posa, la luce restituisce quello che resta davvero visibile.
Restano vite legate dallo stesso sangue. Restano anime che, pur avendo conosciuto disordine e distanza, possono ancora riconoscersi. Restano cuori chiamati a comprendere che non tutto ciò che è stato deve continuare a chiedere rivalsa. Che non tutto ciò che ha ferito merita di sopravvivere. Che i rancori, gli attriti, le antiche pretese hanno il peso breve delle cose effimere.
Di fronte a ciò che finisce, appare con più chiarezza ciò che conta. E ciò che conta è la possibilità, rara e altissima, di lasciare cadere ciò che divide per custodire ciò che unisce. Riconoscersi. Accettare che una storia complessa non impedisce una verità più profonda. Fare spazio a ciò che può ancora nascere, proprio ora che qualcosa si è concluso.
E forse, nel punto esatto in cui la presenza si sottrae allo sguardo, non si interrompe davvero ciò che è stato. Cambia forma. Si sposta appena oltre il visibile. Resta in ciò che abbiamo condiviso, nei gesti che tornano, nei pensieri che continuano a cercare lo stesso nome con la stessa voce di sempre.
Forse è questo l’ultimo insegnamento che alcune vite consegnano andandosene:
non la perfezione, non la pace retroattiva su tutto, ma l’occasione di scegliere, per chi resta, una forma più alta di verità.
La scelta di vivere tante vite in una sola.
Ciao Babbo, ora che il tuo cammino si è compiuto, resta per noi la responsabilità più difficile e più degna:
non disperdere ciò che di umano, forte e vero è passato attraverso di te, e non lasciare che il rumore copra la luce che rimane.
Salutami Manu, pagherei per vedere quell’abbraccio anche se, ora te lo posso dire, qualche setimana fa in ospedale lei era li con me e Francesca. Tu ad un certo punto stavi cadendo proprio in braccio a lei. Vai che ti aspetta.