
Ci sono cose che si vedono solo quando sei abbastanza vicino da non poter più guardare dall’altra parte.
La morte di qualcuno che ha contato, che ha percorso un tratto di strada con te, o che ha incrociato la tua in modo profondo, non porta solo assenza. Porta anche qualcosa che non sai come chiamare.
Una specie di chiarezza che di solito non hai. Come se si abbassasse qualcosa dentro di te, quella soglia che tieni alzata quasi sempre, difesa dal ritmo delle giornate, dalle cose da fare, dal rumore di fondo che riempie tutto.
E lì, in quello spazio più nudo, emerge qualcosa che il corpo normalmente custodisce con una certa efficienza.
Non importa il nome che gli dai. Anima, coscienza, essenza. Quello che conta è che esiste, e che non coincide con il corpo che lo ospita.
Il corpo fa il suo lavoro. Ti porta nel mondo, ti consegna all’esperienza, ti fa conoscere la gioia e la ferita e il limite e, a volte, il recupero inatteso. Dal primo respiro fino all’esaurimento delle sue forze.
Ma non è la misura di ciò che sei. Non lo è mai stato, anche se per gran parte del tempo funziona come se lo fosse.
A un certo punto il corpo viene meno. Viene restituito. Non fa differenza come.
La materia si dissolve e porta con sé solo l’immagine di ciò che ha ospitato. Non ciò che lo ha attraversato.
Ciò che lo ha attraversato porta altro. Il vissuto reale.
Quello che è rimasto nelle relazioni, nei gesti, nell’amore dato e ricevuto, e anche in quello mancato, che a volte pesa di più. Porta le trasformazioni che nessuno ha visto per intero.
Porta ciò che è maturato nell’interiorità, in quel tratto di tempo che a ciascuno è stato assegnato senza che nessuno abbia mai spiegato perché a qualcuno ne tocca tanto e a qualcuno così poco.
Mi fermo spesso su questo. Non con paura, o almeno non principalmente con paura.
Con qualcosa che assomiglia al riconoscimento. Come se certi momenti, i momenti dell’addio soprattutto, ci avvicinassero a qualcosa che di solito percepiamo solo da lontano, come una luce che sai che c’è ma non riesci a guardare direttamente.
Il dolore non smette di essere dolore. La mancanza non si attenua per il fatto di essere compresa.
Però in quei passaggi può emergere una chiarezza particolare.
Tutto ciò che sembrava urgente perde peso. Tutto ciò che appariva centrale si ridimensiona.
E per un istante quello che resta somiglia all’essenziale. Solo per un istante, poi il rumore ritorna.
Forse è lì che si capisce davvero che l’esistenza terrena non ci è data come spazio di possesso.
Non è una corsa ad accumulare ciò che si può trattenere solo per poco. È un’occasione. Un attraversamento.
Un tempo in cui il compito, se esiste un compito, non è prendere quanto più possibile, ma imparare a distinguere ciò che conta davvero da ciò che luccica soltanto.
Eppure succede spesso che quel tempo venga consumato altrimenti.
Nell’accaparramento, nella sopraffazione, nella rincorsa al potere.
Non perché la materia sia sbagliata in sé. Ma perché quando pretende di essere il fine, e non il mezzo, quando occupa tutto lo sguardo, qualcosa si perde.
E si perde in modo silenzioso, senza che te ne accorga subito.
La prova, forse, è questa: percorrere la terra senza lasciarsi imprigionare da essa.
Attraversare il tempo senza confondere ciò che luccica con ciò che rimane.
Non è una cosa semplice. Non lo è per nessuno, credo.
Nei giorni ordinari tutto questo si vela. La vita pratica chiama, il rumore copre.
Ma ci sono momenti in cui il velo si assottiglia. I momenti dell’addio sono forse i più intensi.
Quando qualcuno che ami lascia il corpo, per un istante ti avvicini a qualcosa che nella vita di tutti i giorni fai fatica a sentire.
Lo riconosci. Poi passa.
Ognuno lo chiama come sente.
C’è chi ci vede il profilo di qualcosa che chiama amore: un’origine e insieme una direzione.
Qualcosa da cui veniamo e verso cui, forse, siamo orientati.
Qui, su questo sasso che vaga nello spazio, riusciamo appena a sfiorarlo.
Ma nei momenti più veri, quando una presenza amata si congeda e tutto ciò che è superfluo cade ai margini, ci avviciniamo abbastanza da sentirne la traccia.
E per un istante lo sappiamo. Poi il rumore ritorna, e si ricomincia.