
Per molto tempo ho creduto che il disagio dovesse avere una causa riconoscibile. Un evento, una svolta, qualcosa a cui dare un nome e una data. Non è quasi mai così.
Penso a quanti, arrivati a un certo punto, si accorgono di stare vivendo una vita che funziona. E avvertono lo stesso qualcosa che li fa sentire fuori posto.
Non c’è un evento a cui dare la colpa. Nessuna rottura visibile.
Solo una somiglianza che cresce, tra i giorni, tra le parole, tra le pause.
Eppure c’è stato un tempo in cui non era così. Un tempo in cui tutto aveva il sapore di qualcosa che si stava costruendo.
Si impara una lingua, in quegli anni. Ed è seducente, quella lingua. Ha un vocabolario ricco: le esperienze, i movimenti, gli incontri. Una grammatica che tutti intorno riconoscono e parlano, e parlarla insieme dà qualcosa che assomiglia molto all’appartenenza.
Le relazioni non durano sempre, ma sono vere mentre durano. Il lavoro non è tutto quello che si vorrebbe, ma dà una direzione. Anche quello che si disperde lo si disperde con una certa cura, con quello che in quel tempo si chiama ancora curiosità.
Non è che ci si stia sprecando.
È che si sta diventando fluenti in una vita che non è esattamente la propria.
A un certo punto prende spazio una stanchezza che non si risolve con il riposo. Non è la stanchezza del corpo. È qualcosa di più sottile: le cose tornano sempre nello stesso punto, le conversazioni ruotano sugli stessi assi, perfino i desideri cominciano a somigliarsi.
Ci si accorge di stare aspettando, senza sapere bene cosa.
Non è infelicità. È una dissonanza leggera, difficile da nominare. Come una nota appena fuori tono in un pezzo che si conosce bene: non rovina il concerto, ma non si riesce più a non sentirla.
Quella dissonanza, a un certo punto, si riconosce. Si capisce che qualcosa non coincide più, che alcune cose importanti sono scivolate via senza che nessuno le abbia davvero lasciate andare.
Si capisce.
E poi si continua quasi come prima.
Non per stupidità. Non per viltà, o almeno non solo per quello. Le abitudini tengono perché hanno radici profonde. Le responsabilità esistono e si fanno sentire, non sono scuse. Il coraggio arriva, poi passa, e nel frattempo la vita prosegue con la sua inerzia.
La consapevolezza non porta in una zona franca. Si può capire benissimo dove si sta andando e continuare ad andarci lo stesso, perché cambiare direzione costa qualcosa di concreto che in quel momento non si è sicuri di poter pagare.
Poi arrivano spostamenti piccoli.
Non svolte. Non redenzioni. Spostamenti.
Si legge in modo diverso, con meno fretta di arrivare alla fine. A volte si cercano le parole, non per esibirle ma per capire cosa si pensa davvero. Si scelgono alcune conversazioni e se ne lasciano perdere altre. Ci si immerge più spesso nel silenzio senza che quel silenzio pesi.
Alcune cose, lo sappiamo, sono irrecuperabili: anni che non tornano, presenze che si sono assottigliate troppo, parti di sé che non si riesce più a raggiungere.
Quello che cambia, però, è il modo in cui ci si racconta le cose. Le stesse storie non reggono più con la stessa intensità di prima. Non perché si è diventati più coraggiosi. È che la stanchezza di guardarsi dall’esterno alla lunga supera quella di guardare le cose come stanno.
C’è un rimpianto che arriva tardi. Mostra quello che non si è fatto, quello che si sarebbe potuto scegliere, le volte che si è rinviato qualcosa di importante per qualcosa di urgente. Non chiede niente. Occupa spazio.
C’è un rimorso che arriva appena in tempo, che ha ancora un margine, anche sottile. Non risolve niente, non restituisce quello che è andato. Ma ha la capacità di orientare. Dice qualcosa di preciso su dove si è stati e lascia aperta la possibilità di stare da qualche altra parte.
Non esiste un momento giusto per questa consapevolezza.
C’è solo il momento in cui arriva.
E la distanza, finalmente misurabile, da percorrere.