LE FORME DELLA MANCANZA

Ci sono cambiamenti che riconosciamo subito. Hanno il volto degli eventi, delle rotture, delle perdite evidenti. Altri si compiono lentamente, senza lasciare un momento preciso a cui attribuirne l’inizio.

Penso a quelle situazioni in cui si conversa con qualcuno, le parole sono quelle giuste, la conversazione fluisce. Eppure quell’incontro non lascia nulla. Si dialoga, si risponde, si annuisce, ma l’attenzione è altrove. O forse semplicemente non arriva.

Questo mi ha generato una domanda scomoda: cosa ci fa davvero del male? Non le forze che si presentano apertamente, ma quelle che agiscono per detrazione. Alcune delle realtà più decisive assumono la forma di un’assenza. Siamo abituati a pensare che ciò che produce effetti debba avere un volto riconoscibile, una consistenza propria. Eppure molte trasformazioni profonde non nascono da ciò che entra nella nostra vita, ma da ciò che lentamente ne esce.

Esiste un impoverimento che non avanza con il rumore degli eventi straordinari. Si manifesta come una progressiva sottrazione. Diminuisce l’attenzione. Si assottiglia la capacità di ascoltare. Le parole continuano a essere pronunciate, i gesti continuano a essere compiuti. Ma qualcosa si è ritirato. Ciò che rimane conserva la forma senza possederne più interamente la sostanza.

La vera insidia forse non consiste negli atti che feriscono apertamente. Consiste in una degradazione silenziosa che prende forma quando viene meno la capacità di prestare attenzione. Senza di essa, le persone cessano gradualmente di rivelarsi per quello che sono. Diventano categorie, ruoli, elementi intercambiabili di un ordine più vasto.

Ogni società è anche il risultato di ciò che i suoi membri imparano a vedere e di ciò che smettono di vedere. Le grandi tragedie rendono visibile lo stesso meccanismo in forma estrema. Ma il suo funzionamento si riconosce anche nei gesti di ogni giorno, in quella conversazione in cui eravamo presenti solo in apparenza.

Forse la responsabilità non consiste nel combattere una presenza ostile. Consiste nel fare attenzione a ciò che stiamo perdendo prima di accorgerci di averlo perso.