AUTENTICAMENTE IMPERFETTO

04.04.2025

Ieri ho compiuto gli anni, sessantuno anni!
Non ho mai avuto un grande trasporto per le celebrazioni, ma il tempo che passa ha il potere di rendere ogni ricorrenza più densa, più carica di significato. E così, quasi senza volerlo, mi sono trovato a riflettere. Non tanto per fare un bilancio, quanto per ascoltare ciò che, in silenzio, si muove dentro di me.

Tra i messaggi ricevuti, uno mi ha colpito in modo particolare. Una persona che stimo e che apprezzo molto mi ha inviato gli auguri, e con essi un bellissimo brano di Ivano Fossati, “C’è tempo” :un pezzo capace di toccare corde profonde con la sua delicatezza e verità. Mi ha fatto piacere riceverlo, anche per la considerazione che credo ci sia nei miei confronti. Da lì sono nati tanti pensieri che, come spesso mi capita, ho sentito il bisogno di raccogliere e mettere in parole.
Il brano mi ha lasciato qualcosa dentro. Non è stata solo la bellezza della melodia o la forza delle parole, ma il modo in cui ha saputo risuonare con la fase dell’esistenza che sto vivendo.

Una sensazione difficile da spiegare, ma chiara, capace di aprire uno spazio di riflessione, quasi una soglia da attraversare.

Ed è stato proprio seguendo quel filo che, inevitabilmente, sono tornato a leggere le parole di Seneca che hanno poi alimentato la mia riflessione. Non che io sia uno che passa le giornate immerso nei testi di filosofia, ma quando riesco a isolarmi per riflettere, o sento il bisogno di raccogliere pensieri e sensazioni, certi scritti sanno regalarmi un appiglio prezioso.

Mi stimolano quel genere di letture, e mi stimola in particolare Seneca, perché riesce a coinvolgermi in modo diretto, semplice e profondo, come se sapesse parlare a quella parte di me che cerca chiarezza nel silenzio.

“C’è un tempo per capire, un tempo per scegliere, un altro per decidere. C’è un tempo che abbiamo vissuto, un altro che abbiamo perso, e un tempo che ci attende.”

Questa frase, letta tra le altre, risuona con particolare forza nel mio sentire attuale. Forse perché mi trovo nel pieno del cammino, ancora lontano dal traguardo. Da quel punto in cui il tempo passato non è solo memoria, ma anche insegnamento, e quello futuro, pur ancora incerto, non è più qualcosa da rimandare.

Sono consapevole di essere ben lontano dall’avere raggiunto una piena coerenza tra ciò in cui credo e ciò che riesco a mettere in pratica. Cado, mi contraddico, a volte cedo a reazioni che avrei voluto evitare. Ma questo non mi scoraggia. Al contrario, continuo a camminare lungo il mio percorso perché ne sento fortemente il senso. Non cerco la perfezione, ma l’autenticità.
Col tempo, ho imparato a lasciar andare ciò che non mi nutre. Non per indifferenza, ma per rispetto verso ciò che custodisco dentro di me. Alcuni atteggiamenti, alcune dinamiche fanno sempre meno presa su di me e sempre meno disturbano i miei pensieri. Non perché non li veda, ma perché ho imparato a non trattenerli.
A differenza di un tempo, non provo più fastidio né un senso di rivalsa quando colgo nei comportamenti altrui qualcosa di traverso, di torbido, diretto a me. Semmai, provo una qualche forma di compassione che però ha poco a che vedere con la pena, e molto con la comprensione: una vicinanza silenziosa, che nasce dal riconoscere nell’altro una fragilità simile alla mia, anche quando si esprime in modo distorto o lesivo.
Mi capita, da qualche tempo, di percepire le fatiche altrui, anche quando si manifestano in modi che potrebbero ferire. Cerco sempre di non reagire, di restare stabile, presente. Se posso, mi rendo disponibile, ascolto. Altrimenti lascio spazio al silenzio. Poi, proseguo per la mia strada, senza fare inutile rumore.
Oggi più che mai scelgo di custodire la mia serenità, di restare vicino a ciò che sento vero. Offrire dove posso, accogliere quando mi viene offerto, e coltivare con semplicità il mio bisogno di condivisione autentica.
Ripercorrendo idealmente le tappe di questo cammino, non posso non pensare a chi ha scelto di accompagnare la mia esistenza con discrezione e presenza. Certamente una persona di un livello superiore, non per distanza, ma per profondità, che sa unire alla dolcezza una forza concreta e costante. Una presenza leale, capace di accogliere anche le mie imperfezioni con una naturalezza e una pazienza che, so, non troverei facilmente altrove. C’è qualcosa di raro li dentro, una qualità silenziosa che finisce per rendere il percorso più saldo, più vero.
E poi ci sono i miei figli. Due parti dello stesso cuore, senza i quali tutto questo (ogni pensiero, ogni gesto, ogni sforzo) non avrebbe davvero senso. Loro sono la mia ragione più forte, il mio punto fermo, la mia gioia più profonda.

Ma in questo momento della mia vita, sento forte, pur nella distanza, anche la presenza di due persone a me molto care. Non cito i loro nomi perché non so se gradirebbero essere menzionati in uno spazio pubblico. Purtroppo, per ragioni imposte dalla vita, non possiamo frequentarci come vorremmo, ma entrambi continuano a essere una parte importante del mio quotidiano. Con uno ci sentiamo quasi ogni giorno; con l’altra, invece, più di rado, ma ogni volta riusciamo a parlarci con quella naturalezza che solo le relazioni autentiche sanno preservare.

Sono due presenze diverse, ma entrambe preziose, straordinari amici per me. Ogni scambio, ogni parola (anche nel silenzio o nella distanza) riesce sempre a donarmi qualcosa che non trovo da nessun’altra parte. È una forma di ricchezza sottile ma profonda, che porto con me con gratitudine.

E poi ci sono io, nella mia incostanza. Quella distanza – a volte evidente – tra ciò in cui credo e ciò che riesco a incarnare nel concreto, a ciò che si manifesta attraverso i gesti e i modi. Come forse testimonia anche questa lunga riflessione condivisa qui, su un social dal quale mi allontano per poi farvi ritorno, non proprio raramente. Un’oscillazione che riconosco, che accetto, e che in fondo mi racconta.

Mi capita anche di deviare da quel mio percorso immaginario, spero non illusorio, verso una qualche forma di saggezza. E allora vivo momenti leggeri, di festa, persino di cazzeggio. Lascio spazio all’istinto, a quella parte impulsiva che ha condizionato tante scelte e che, metaforicamente, somiglia a un cavallo vivace e quasi impossibile da domare. Una forza che a volte complica le cose, ma che sento profondamente mia. Una gestione certamente difficile, necessaria, di cui mi faccio carico, che accetto perché è anche ciò che mi rende autentico.
Proprio ieri sera mi sono lasciato travolgere, con piacere. Ho alzato i calici con gli amici, dando spazio all’istinto e mettendo da parte ogni misura. Conversazioni leggere, complicità, un po’ di sano caos: una serata piena, vera, che mi ha riempito. Anche questo, in fondo, è parte di me: tenere insieme profondità e disordine, senza troppo giudizio.
Seneca scrive: “vindica te tibi” – rivendica te stesso a te stesso. È un invito che sento vicino: prendersi il tempo per riconoscersi, per proteggere ciò che ha valore, per tornare a casa, dentro se stessi.
Ieri, nel compiere questi anni, più che tirare bilanci, ho sentito il bisogno di dire grazie: al tempo che ho vissuto, a quello che ho imparato, e a quello che, silenzioso, mi attende ancora. 

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